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Comunicatori si nasce

Comunicatori si nasce. Alcuni poi smettono di esserlo. Ma ci sono eccezioni. Guardate questo video. Chiunque si sia occupato di comunicazione ha avuto modo di commentare e definire dal punto di vista sociologico la partecipazione pubblica degli adolescenti.

Sono stati analizzati gli stilemi comunicativi per capire se i giovanissimi (bambini) fossero portatori di rivoluzione linguistica e più in generale innovatori dal punto di vista comunicativo.
Ci siamo occupati negli anni ottanta dei “paninari” abbiamo guardato con sospetto i “sancarlini” ( fenomeno esclusivamente milanese) . Erano entrambi “tribu” più adolescenziali, i bambini rimanevano spettatori affascinanti, ma i fenomeni servivano anche per analizzare i rapporti relazionali fino a quelli parentali.
Alcuni specialisti della comunicazione di massa si sono spinti a riesaminare le capacità recitative dei bambini che partecipavano allo Zecchino d’oro per dedurre che quei bambini esprimevano, grazie alle tecniche della comunicazione di massa,
una spigliatezza e immediatezza sconosciute alle generazioni precedenti.
Si è arrivati a dire che quei bambini, quando adulti, avrebbero cambiato “il mondo” della comunicazione. Si è arrivati a sostiene che da quel momento la timidezza fanciullesca sarebbe stata archiviata.
In qualche misura questo è avvenuto, non sappiano dimensionarla ma abbiamo la prova che i bambini oggi esibiscono una disinvoltura e una ricchezza espressiva interessante.

Abbiamo archiviato, quello sì, lo stile emozionato-intimidito dei
chierichetti bambini del dopoguerra. E veniamo all’incredible e entusiasmate performance della nipote di Martin Luter King che a soli nove anni affronta un oceano di folla.
Si fatica a trovare aggettivi che rendano giustizia ad una così potente capacità di comunicazione. Incredibile. La camminata adolescenziale come se stesse giocando con i suoi compagni di scuola. Il sorriso puro, gioioso, naturale. Non una sbavatura
di disagio. E poi parla, sorride, incita. Diventa un predicatore. La folla risponde ai suoi slogan. Un vero e proprio coro religioso.

E lei li. Ha nove anni. E’ un leader. Suo nonno rivive. Forse la vede, è commosso. Sorride. Ci piace pensarlo così…

Ezio Bossi

Vivere per sempre

“Penso che siamo d’accordo, il passato è passato” sentenziava con involontario senso dell’ironia G.W.Bush in procinto di diventare il 43° presidente degli Stati Uniti. E il futuro?
Come sarebbe il mondo se la durata della vita di ciascuno di noi fosse senza limiti temporali?

Gli scenari prevedibili possono essere assai intriganti: nella giustizia si potrebbe assistere ad un improvviso aumento di onestà e ad una spettacolare diminuzione di crimine e disonestà se le probabilità di “farla franca” diventassero minime perchè ci sarebbe tutto il tempo per arrivare alla verità. E se scoperti, come si dovrebbe intendere la condanna di carcere “a vita”?
Come calcolare l’indennizzo ai fini di un risarcimento in caso di menomazioni lavorative gravi, se questo venisse calcolato come oggi, sul compenso per la perdita di guadagni attesi? Qualcuno andrà in pensione? Probabilmente no se nel calcolo della pensione si tenesse conto dell’aspettativa di vita.
E il futuro del matrimonio? La poligamia diventerebbe popolare? Le liti famigliari su tempi lunghissimi porterebbero a una graduale rottura di tutti i legami? Le nascite calerebbero per compensare la mancanza di decessi?
Ci sarebbe una frattura nella società tra coloro che reagiscono alla prospettiva di vita eterna cercando di fare tutto e coloro che non fanno nulla perché c’è un mucchio di tempo per fare tutto.

Iperattivi contro ipoattivi. La società sarebbe meno diseguale perché tutti, prima o poi, avrebbero delle opportunità di successo?
E si potrebbe andare avanti…all’infinito.
Scenari inquietanti, perché ciascuno di noi è consapevole della propria finitezza e riesce a parlare dell’infinito solo in modo simbolico o legato ad un concetto di estremo invecchiamento, con associate preoccupazione per la qualità della vita e il deperimento delle proprie facoltà mentali.
Come ci dicono i risultati di numerose ricerche, il metodo miglior per invecchiare bene e a lungo è tenere attivo il cervello.
Lo si può fare compilando i cruciverba della Settimana Enigmistica.
AISTP ti da la possibilità di renderti attivo in modo utile per gli altri, mettendo la tua esperienza al servizio delle giovani generazioni.
Se sei un dirigente o un professionista in pensione o con tempo libero e ritieni che le tue competenze e professionalità possano contribuire ad aiutare gli studenti in procinto di entrare nel mondo del lavoro, AISTP con il progetto Giovani & Impresa ti da l’opportunità di dare più valore al tuo tempo. Fin che vuoi tu, per quanto vuoi tu.
La tua esperienza è infinitamente preziosa non sprecarla.
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Anno 2020: il mondo del lavoro e’ dei Millenials

Chi sono i Millenials? Sono tutti quesi giovani che oggi hanno tra i diciotto e i trentanni e che si sono affacciati da non molto o si stanno affacciando al mondo del lavoro.

A partire dal 2020 rappresenteranno la meta’ della forza lavoro (nel 2030 rappresenteranno il 75%) e si troveranno da subito a lavorare con ben 4 altre generazioni:
– La Generazione Silenziosa: nata prima degli anni ’50 del secolo scorso. Segnata dalla crisi economica degli anni ‘20/’30 e dalla guerra negli anni quaranta. Secondo alcuni sociologi e’ una generazione introversa, cauta, senza immaginazione, indifferente, poco coraggiosa e silenziosa. Vedono una totale separazione del mondo del lavoro da quello della vita privata.
Hanno uno spiccato senso del dovere e non hanno necessita’ frequente di feedback o riconoscimenti.
– I Baby Boomers: nati tra gli anni ‘50 e ’60. Sono i figli della ripresa economica, protagonisti di una nuova cultura, di nuovi comportamenti di consumo (musica, tv, cinema, libri, abbigliamento) e dell’impegno politico.
E’ il gruppo piu’ consistente sotto il profilo demografico. Sono fortemente orientati al lavoro, alla carriera e indipendenti anche in virtu’ delle maggiori possibilita’ economiche e di istruzione rispetto alla generazione precedente. Vivono per lavorare, tengono alla carriera e apprezzano i riconoscimenti, specialmente se pubblici.
– La Generazione X: nata negli anni 60’-’80 sono detti “i figli della guerra fredda”. Non hanno traguardi di lungo periodo, sono affascinati dalla teconologia e integrati nel sistema con cui interagiscono. Sono caratterizzati da una maggiore apertura verso tutti i tipi di differenze.
Rispetto alla generazione precedente intende “lavorare per vivere” e non “vivere per lavorare”. Hanno spesso obiettivi di arricchimento rapido.

– La Generazione Z: sono i nati dopo il 2000. Questi ragazzi sono detti “nativi digitali” perche’ sono cresciuti con Internet, tablet, smartphone. Sono iperconnessi, social, si sentono cittadini del mondo e per questo sono piu’ sensibili verso i problemi “del mondo” (ecologia, sostenibilita’…) rispetto alle generazioni precedenti. Supportati dalla tecnologia sono piu’ propensi
a trovare una rapida soluzione che a lavorare duramente. Mirano piu’ alla rapidita’ che all’accuratezza e all’eccellenza. Nel mondo del lavoro stanno per entrarci, quindi riusciremo a capirne di piu’ tra qualche anno le essigenze e le aspettative.
E i Millenials? Sono cresciuti con le nuove tecnologie e si sono abituati a vivere sempre connessi. Vengono spesso descritti come narcisisti, pigri e inclini a cambiare lavoro con frequenza. Appaiono meno interessati delle generazioni precedenti a questioni politiche e civili, ai beni materiali ed effimeri. Quindi il
lavoro “serve per un fine”, ma desiderano una carriera rapida e varia che non influisca troppo sul loro stile di vita. Inoltre i Millenials dimostrano l’esigenza di avere feedback costanti, anche e soprattutto di tipo positivo.
Si presenta quindi un quadro di collaborazione professionale e di gestione dei gruppi di lavoro piuttosto complesso.
Quali saranno i meccanismi che dovranno essere messi in atto per rendere ottimale la collaborazione?
Quali gli stili manageriali? Quali i punti d’incontro tra generazioni?
Quanto il mentoring e il reverse mentoring potranno essere applicati e portare i risultati richiesti?
Questi sono solo alcuni dei punti aperti che le imprese, il management e i collaboratori si troveranno ad affrontare da subito. Le Scuole, Universita’, Scuole di Management, Agenzie per il lavoro dovranno aiutare le imprese ad
adottare i migliori approcci per una efficace ed efficiente collaborazione intergenerazionale.


Emilia Rabaioli

Osservazioni provocatoria

Perché provocatorie?

1° perché storiograficamente non puntuali, perché politicamente scorrette, perché scientificamente non comprovate e perché frammentarie e non organiche

2° perché ciò che si scrive su un blog dovrebbe provocare discussione, consensi, dissensi e ragionamenti, il cui risultato finale è l’arricchimento

Premesso che ogni generazione ha sempre trovato non conveniente l’atteggiamento delle

generazioni successive, negli anni 60-70 dello scorso secolo sono avvenuti cambiamenti molto

forti, forse più di altri nel passato. All’inizio del 1960 nasceva una nuova cultura che toccava molti,

forse tutti, i punti della vita sociale: Marcuse, Fromm (solo per citarne due) e finanche Spock che

rivoluzionava i criteri di allevamento ed educazione dei figli (salvo ricredersi qualche tempo dopo!)

demolivano le rigide norme che regolavano la società e ponevano nuovi approcci sia in termini di

relazioni, sia in termini di motivazioni e di visioni della vita.

In Italia prende corpo questo movimento culturale nel ’68, di cui si è scritto tanto e di cui i giovani

di oggi ignorano l’esistenza e le ricadute sociali.

Tra gli effetti importanti si conta l’abbattimento del rapporto autoritario (in famiglia, nel lavoro e

nella società in genere); la coscienza del lavoratore che si organizza in sindacati ottenendo

garanzie, sicurezza e protezione; la rivolta femminile che inizia a pretendere giustamente la parità,

una visione pacifista, ecologista e naturista ed altro.

Però, mentre negli altri paesi la corrente ha portato i suddetti benefici e poi si è metabolizzato nel

sistema così modificato, in Italia invece ha continuato per lunghissimo tempo, creando perciò

effetti negativi, di cui ancor oggi accusiamo le conseguenze nefaste. Guardiamo ad esempio

qualcuno di questi. Primo fra tutti la confusione dei ruoli: genitori che vogliono essere “amici” dei

figli anziché essere guide ed esempio; insegnanti che perdendo l’autorità non riescono ad imporsi

per autorevolezza; la mancanza di rispetto nei confronti degli anziani, dei gradi, dei superiori, dei

principi etici; gli anziani che non comprendono questi grandi cambiamenti strutturali e non di

forma; i politici che perdono il senso dello Stato e parlano di potere, di spartizione e di

menefreghismo nei confronti del popolo da cui son chiamati ad amministrare, etc., etc.

Sarebbe bene, dal punto di vista sociologico, non esprimere giudizi di valore, tuttavia questa

situazione, innescata dal consumerismo che si sviluppava sempre più in ordine allo sviluppo

industriale, ha generato alcuni mostri. Innanzitutto la perdita o l‘offuscamento della coscienza, del

ruolo da occupare nella società, delle motivazioni autorealizzabili, del Credo nei principi etici e

spirituali, quindi “viaggi” nella droga sempre più diffusi, se pur a livelli diversi, scarsa propensione

al sorriso, insicurezza, ansia, ricorso a psicofarmaci e ad altro. In poche parole, l’anomia porta a

trovare rifugio in espedienti da fuga piuttosto che da lotta.

 

Ovviamente ci si riferisce ad una parte dei giovani, perché fortunatamente ragazzi in gamba e

talentosi e con forti motivazioni sono tanti e confortano per il futuro.

Lo sforzo dei formatori (non ci si riferisce all’insegnamento o all’addestramento che implicano il

trasferimento a senso unico di nozioni per “superare gli esami” o per saper lavorare meglio)

dovrebbe sempre più essere rivolto alla motivazione, alla sua ricerca ed alla sua sistematizzazione

nel proprio essere. Ma chi può ed è in grado di esercitare questo ruolo?

Nel momento in cui i genitori ed i nonni non vengono eletti dai giovani come modelli, l’oratorio

perde la sua funzione di forgia giovanile, il medico di famiglia diventa medico di base, il politico

non dà buoni esempi, l’insegnante si attiene al minimo sindacale, l’allenatore sportivo si

preoccupa solo del gesto atletico e della preparazione fisica, chi provvede all’animo?

Chi provvede a nutrire la psiche, l’ego e lo spirito dei giovani? Nasce il Coach.

Il coach, un po’ confessore, un po’ medico, un po’ amico, un po’ consulente, un po’ consigliere, un

po’ psicologo è soprattutto una guida, un tutore alla ricerca delle qualità che ognuno possiede, se

pur in misura, in modalità ed in qualità diverse, per esaltarle e conseguentemente per trovare

serenità e sicurezza.

Il coach, o meglio dire il tutore, ha proprio il compito di stimolare le reazioni a migliorarsi,

ricercando in se stesso le energie e le ragioni per la propria crescita, se quella è l’esigenza; oppure

per la propria tranquillità, in senso più comune.

Quindi ogni formatore si può considerare e dovrebbe essere un coach. Con il pretesto da dare

informazioni o far partecipare a meccanismi propositivi, il coach deve far emergere, o risaltare la

motivazione a fare, a crescere, a produrre per sé e per gli altri, alla ricerca non dell’arricchimento

(chè quello magari è la ricaduta di un valido comportamento), ma alla ricerca della felicità, o

almeno della massima soddisfazione possibile o raggiungibile. Far nascere, ad esempio, il gusto di

fare bene, a prescindere dal premio, il piacere di rispettare il prossimo, di non prevaricare i più

deboli, etc.

In quest’opera, per concludere, occorre un grande impegno da parte dei genitori, dei nonni, degli

zii, un impegno quasi analogo da parte degli insegnanti, un impegno più sottile perché di breve durata da parte dei formatori; infine l’esempio, che vale per tutti, da parte delle autorità, dei dirigenti, degli intellettuali, eccetera.

Utopia? Forse, ma se ognuno cerca di fare del suo meglio forse qualcosina può cambiare,

soprattutto nei confronti dei giovani, che oggi sono disorientati e non capiscono il mondo difficile,

complicato e contaminato che presentiamo loro.

Ernesto Cacace

L'enigma del tempo:una proposta

Del tempo non sappiamo nulla. Dove va il tempo che è trascorso? Il tempo ha avuto un inizio? E avrà una fine?
Già sant’Agostino si interrogava sul significato del tempo e si rispondeva: “io so che cosa è il tempo, ma
quando me lo chiedono non so spiegarlo.” 

Tutti percepiamo il tempo in modo lineare, come un qualcosa che si muove sempre in avanti attraverso istanti successivi posti su un’unica linea. Ma è il tempo a muoversi in avanti, e se sì attraverso cosa, o siamo noi che ci muoviamo attraverso di esso?
Einstein quando scrisse che “la distinzione tra passato, presente e futuro è solo un’illusione, per quanto ostinata” si riferiva al fatto che nello spazio-tempo della relatività ristretta, quei concetti non hanno un significato oggettivo.
I sostenitori della “teoria del tutto” hanno postulato che l’unione di meccanica quantistica e relatività generale potrebbe portare alla fine del tempo, cioè una situazione in cui il tempo cessa di avere un ruolo fondamentale in fisica.
Per molti, questa idea della scomparsa del tempo è insensata: il tempo è sempre esistito, a volte è troppo poco, specie per fare quello che piace. Certo, il tempo può mancare, ma sparire del tutto?
Può capitare, invece, che il tempo si possa dilatare al punto da rappresentare un problema il riempirlo. 

Accade in certe fasi della vita, dopo un importante percorso lavorativo. Ma c’è un tempo, anche, che può essere dedicato agli altri, al volontariato, alla formazione dei giovani.

Se sei un dirigente o un professionista in pensione o con tempo libero e ritieni che le tue competenze e professionalità possano contribuire ad aiutare gli studenti in procinto di entrare nel mondo del lavoro, AISTP con il progetto Giovani & Impresa ti da l’opportunità di dare più valore al tuo tempo.
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AISTP Associazione italiana per lo Sviluppo 

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